Il 26 Aprile 2016 il Bergamo Post scriveva in proposito ai miei viaggi:

“Qualche tempo fa, La Nazione ha ospitato sulle proprie pagine virtuali un interessante diario di viaggio di due fotografi, Emanuele Cosimi e Francesca Gorzanelli, che hanno vissuto 6 giorni all’interno della cosiddetta “Area X”, i 4.200 chilometri quadrati circa della zona di esclusione creata in seguito al tragico incidente nucleare del 26 aprile 1986. Le loro brevi testimonianze quotidiane parlavano di un luogo apocalittico, abbandonato dal mondo prima che dal Signore. L’unica cosa che c’è ancora, oltre a rovine e abbandono, è la natura. Pare incredibile, ma nei racconti dei due fotografi torna costantemente la presenza “animale”: cani, alci, impronte di lupi e cinghiali. Nonostante si pensi che nella zona di esclusione tutto sia morto a causa delle radiazioni, ancora elevate, la realtà è che a 30 anni di distanza dalla tragedia qualcosa è cambiato: è tornata la vita.”

E’ evidente come la natura si sia ripresa i suoi spazi già ad occhio nudo, valutando come la vegetazione si sia letteralmente inghiottita l’intera città di Pripyat. A primavera, quando la natura si risveglia dopo i lunghi inverni ucraini, gli alti palazzi della città spariscono totalmente. Ci si ritrova a passeggiare tra la vegetazione senza nemmeno rendersi conto che al di là della barriera “verde” si trovano costruzioni da oltre 15 piani! Ma non sono solo le piante ad aver ritrovato il loro habitat in questa terra malata. Durante i miei viaggi ho avuto spesso piacevoli incontri con animali selvatici. Dalle più comuni lepri e volpi, alle immense alci, tracce di lupi, fino al bellissimo cavallo di Przewalski.

Voglio soffermarmi su questo cavallo. Si tratta di una specie protetta per cui tuttora è in atto un programma di ripopolamento. Ha trovato il suo habitat ottimale nella zona di esclusione di Chernobyl. Se ne incontrano tanti allo stato brado, sulla via per la città. Purtroppo si alimentano da un terreno contaminato, ma l’assenza dell’uomo-predatore gli permette di vivere una vita più longeva. (come da info trovate nel web, fu proprio l’uomo l’artefice dell’estinzione di questo cavallo.) “Il cavallo di Przewalski prende il nome dal generale russo Nikolaj Prževal’skij (1839-1888), che fu anche esploratore e naturalista. Prževal’skij fu il primo a descrivere, nel 1881, questo cavallo, durante una spedizione da lui stesso guidata e volta proprio a trovare tracce certe di questo animale, del quale, fino ad allora, si avevano solo poche notizie confuse. Intorno al 1900, Carl Hagenbeck ne catturò alcuni esemplari, poi ceduti a diversi zoo del mondo. In Mongolia, la popolazione allo stato brado subì, a causa di diversi fattori, un forte calo durante il XX secolo, fino a scomparire del tutto negli anni sessanta: l’ultimo branco fu avvistato nel 1967 e l’ultimo esemplare allo stato brado nel 1969. Le spedizioni successive non hanno più trovato traccia dell’animale. Una delle principali cause dell’estinzione del cavallo di Przewalski allo stato selvatico fu la caccia: grazie alla clorofilla presente nell’erba, infatti, nella gola del cavallo di Przewalski si forma un muco particolare, denso e verde, che si pensava potesse curare una malattia particolarmente diffusa all’epoca dell’estinzione di questo animale dalla Mongolia.”

Anche i lupi hanno trovato “casa” in questa terra. Non ne ho mai incontrati personalmente, ma ne ho trovato impronte e tracce di caccia. Recentemente la stampa ha reso noto che:  “Gli studiosi, coordinati dal professor Michael E. Byrne, docente di Ecologia della fauna selvatica presso l’Università del Missouri di Columbia (Stati Uniti), nel 2015 hanno rintracciato nella porzione bielorussa della exclusion zone 14 lupi, 13 adulti con età superiore ai 2 anni e un esemplare più giovane con un’età compresa tra 1 e 2 anni. A tutti quanti è stato applicato un radiocollare per monitorarne gli spostamenti. Mentre gli esemplari adulti sono rimasti nella exclusion zone, il giovane ha mostrato sin da subito un chiaro interesse per l’esplorazione, e in 21 giorni è finito a oltre 300 chilometri di distanza dalla Zona di esclusione di Chernobyl (dove non si può vivere ma è consentito il turismo). L’ultimo segnale del radiocollare è stato inviato mesi dopo essersi sganciato automaticamente dal lupo, quindi gli studiosi non sanno che fine abbia fatto il predatore.” I ricercatori hanno quindi appurato che gli animali iniziano a spostarsi dalla zona di alienazione portandosi appresso il loro codice genetico modificato dalle radiazioni. Gli studiosi non sanno cosa potrà avvenire in futuro se questi animali si accoppieranno con altri animali sani. Non esistono precedenti ad una storia simile, quindi la Zona si presenta ancora come un immenso laboratorio di “casi” da studiare per il futuro.

Inoltre, lo scorso 22 Maggio (2018), sono state registrate immagini che ritraggono un esemplare di orso bruno nei territori del Polesie. Questo animale mancava da queste zone dal secolo scorso. Nel 2014 ne erano state rilevate tracce, ma nessuno lo aveva ancora incontrato.

La Zona di esclusione di Chernobyl si rivela, quindi, una zona sempre più popolata. Gli animali e la natura hanno saputo adattarsi agli eventi terribilmente inquinanti avvenuti in questo territorio. Per gli scienziati si tratta di una nuova situazione da studiare. Non esistono precedenti nella storia.  Ciò che principalmente fa riflettere è come la natura sia riuscita ad adattarsi ad un disastro nucleare e stia traendo giovamento dall’assenza dell’uomo. Altrove nel mondo, invece, non si sopravvive alla presenza dell’uomo, in assenza di inquinamento nucleare.
Questo è un grande spunto di riflessione!
Come ho sempre detto, la Zona di esclusione di Chernobyl è la terra dei paradossi, paradossi talmente incomprensibili che non puoi che rimanerne affascinato!