Non sono io che ho cercato Chernobyl e la sua storia, ma è Chernobyl che ha trovato me. Lo dico da sempre e gli eventi dell’ultimo anno lo dimostrano continuamente. Chernobyl mi trova in tutti i modi ed io ho semplicemente scelto di lasciarmi trovare.

Ho la grande fortuna di vivere in questa epoca tecnologica ed ho scelto di usare questa tecnologia per divulgare tutto ciò che “mi trova”. Iniziai nel 2015 con un blog su facebook, il mio Diario di un viaggio a Chernobyl (https://www.facebook.com/diariodiunviaggioachernobyl/). Non avevo alcuna pretesa, non mi reputo una scienziata, nè una ricercatrice e nemmeno una giornalista d’assalto che bombarda la gente di domande. Non mi attribuisco cariche, semplicemente scrivo. Scrivo perchè amo farlo e negli anni ho capito che questo mio scrivere rimarrà per sempre nell’ “etere”, in questa epoca tecnologica. Dal social network sono approdata a un sito web perchè un’amica mi ha convinta a mettere ordine in tutto questo mio scrivere e dare modo al popolo di internet di trovare tutto in modo più semplice. Dove voglio arrivare con questa premessa? A spiegarvi che la mia unica missione è lasciare nell’internet tutta la mia conoscenza derivata da anni di viaggi e di esperienze dirette nella Zona di esclusione. Lasciare ai posteri una traccia. Lasciare il mio nome associato ad un impegno serio e rispettoso. E tutto questo impegno mi portò lo scorso Ottobre a trovare, dopo anni di ricerche, gli sposi del 26 Aprile 1986. Ve ne ho parlato proprio qui: https://www.francescagorzanelli.it/chernobyl/viva-gli-sposi-pripyat-26-aprile-1986/

A distanza di tre mesi quegli sposi hanno trovato me!!!! Una serie di persone e di intrecci voluti dal destino, hanno fatto il giro del mondo, portando un ragazzo australiano a trovare gli sposi e a comunicarlo a me, in Italia, passando da un’amica in comune, a Londra. Ho chattato ore con Irina e qui di seguito riporto le sue parole, esattamente per come lei le ha scritte. Le lascio nell’ordine che lei ha usato, seguendo le sue emozioni.

“Ciao Francesca, piacere di conoscerti. Ho saputo che hai raccontato del nostro matrimonio. Grazie per aver ricordato questa tragedia. Ho letto il tuo articolo e ho sorriso al ricordo che a Pripyat, il  26 Aprile 1986, ci fu l’unico matrimonio analcolico della storia dell’Unione Sovietica. Ai tempi dell’URSS si faceva una gran propaganda per uno stile di vita sobrio, ma in realtà si trovava sempre il modo di bere.

Dopo l’incidente abbiamo visitato Pripyat 4 volte. E’ difficile tornare nel mondo della tua giovinezza quando è tutto distrutto in quel modo. Lì affiorano ricordi tristi ed esperienze emotive troppo forti. Tre anni fa, dopo aver visitato la zona di Chernobyl, mio marito ha avuto un infarto. E’ stato operato e pertanto abbiamo deciso di non tornare mai più nella nostra città, che ormai è un fantasma. Sergey ora sta bene ed è tornato al lavoro, nonostante i medici gli abbiano detto che necessita di riposo ed ora percepisce anche una piccola pensione.

Francesca voglio ringraziarti per il lavoro che stai facendo, è davvero utile e necessario. Se dimentichi cosa è successo nel passato, questo può succedere di nuovo. Io e mio marito abbiamo deciso che ti vogliamo aiutare a ricordare quanto una persona è piccola di fronte a certe tragedie.

Dopo l’incidente ci siamo trasferiti in un villaggio nella regione di Poltava, terra di origine delle mia famiglia. Non avevamo alcun oggetto personale con noi. Lo Stato ci aveva fornito degli alloggi. Mio marito iniziò un nuovo lavoro in un allevamento di maiali, io in un asilo. Ci eravamo trasformati da cittadini urbani della città nucleare ad agricoltori. Abbiamo vissuto in questo villaggio per 4 mesi. Mio marito è un ingegnere nucleare e quindi iniziammo a ragionare su dove ci saremmo potuti trasferire per poter vivere e lavorare dignitosamente. Ha trovato lavoro in una centrale nucleare dell’Ucraina del sud. Lì è dove è nata mia figlia. Ero incinta di tre mesi quando mi sposai. I medici mi dicevano che non avevano mai avuto a che fare con una situazione del genere e quindi non potevano garantire che il bambino nascesse sano. Mi suggerivano di abortire. Avevo solo 19 anni e avevo una paura tremenda di abortire e allo stesso tempo anche di portare a termine la gravidanza. Il 27 Ottobre 1986 è nata Katya, normale e in salute. E da nove anni siamo diventati nonni di Varvara, la nostra meravigliosa nipotina. La vita in quella nuova città inizialmente mi sembrava spaventosa. Ero appena diventata mamma. Non avevamo parenti né amici vicini a noi. Ci sentivamo davvero soli. Poi trovai lavoro come maestra a scuola e la vita iniziò a scorrere al meglio. Quando Katya aveva 14 anni ci trasferimmo a Kiev, dove vivevano i miei genitori. Nel 2000 abbiamo comprato la nostra prima casa, a Kiev. Ti invio alcune foto del nostro matrimonio. Molte sono state esposte a grandi livelli di radiazioni e sono rovinate. Come sai, il governo sovietico aveva molta paura che la notizia della tragedia si diffondesse e quindi non sono state prese misure di sicurezza. Quel giorno molte persone, anche bambini, sono uscite per strada senza protezioni. Il giorno del matrimonio mio marito voleva regalarmi un grande mazzo di fiori, ma a causa dell’incidente non c’erano venditori per strada. Così ha raccolto 5 tulipani dal suo giardino per me! Un amico da Kiev si presentò con un mazzo di rose, così ebbi anche io il mio bouquet, come tutte le spose. Ma quelle rose dopo poche ore si erano trasformate in un erbario. Puoi immaginare quanto alta era la radiazione. Presta attenzione alle nostre espressioni nelle foto! Eravamo giovani e non ci rendevamo assolutamente conto dell’entità del disastro. Era il giorno più bello della nostra vita e i nostri genitori hanno assorbito tutte le preoccupazioni al posto nostro. Mia zia, che vive in Russia, non è potuta venire al matrimonio. In mattinata a Pripyat il servizio telefonico internazionale era fuori servizio. E anche tutti gli ingressi e le uscite dalla città erano stati bloccati. Quindi non ha potuto avvisare. Durante la notte dell’incidente, i parenti dei pompieri che hanno spento l’incendio ci hanno chiamato e ci hanno raccontato di ciò che stava succedendo, chiedendoci di lasciare la città. Ma noi non potevamo lasciare tutti gli ospiti! Erano lì per il nostro matrimonio e noi ci sentivamo come il capitano su una nave che sta affondando, il quale è l’ultimo ad abbandonare la nave! Ricordo che tra i nostri amici c’erano dei dottori che la mattina presto si recarono volontariamente all’ospedale per fornire assistenza ai pompieri irradiati che già stavano arrivando d’urgenza con le ambulanze, dopo la notte trascorsa a domare le fiamme. E la sera stessa trovarono la forza di venire al nostro matrimonio! Il 26 aprile 1986 tutti gli abitanti della città erano come chiusi in una lattina. Nessuno aveva informazioni affidabili sull’incidente, nessuno poteva andarsene o entrare in città e il telefono non funzionava al di fuori di Pripyat!

Dimenticavo di dirti, Sergey lavorava al reattore 4. La sera dell’incidente aveva il turno di riposo in quanto il giorno dopo dovevamo sposarci. Finiti i brevissimi festeggiamenti mi disse “Irina, vado a spegnere quell’incendio con il mio petto!”. E’ sempre stato un uomo forte. Mandò un telegramma al suo capo dicendo che voleva andare al lavoro ad aiutare. Nesterov, il capo turno, gli ripose di no, che doveva andare dalla sua giovane moglie. Ma Sergey, membro del Komsomol e noto testardo, si presentò ugualmente alla centrale. I suoi colleghi “senior” gli impedirono di andare al reattore. Rimasero a bere vodka fino a tarda notte. I lavoratori più anziani lo convinsero che ormai quella centrale era troppo pericolosa e lui, novello sposo, con una moglie incinta, doveva pensare alla famiglia. Così il giorno dopo scrisse la sua lettera di dimissioni. Di fatto, Nesterov ha salvato la vita a mio marito e lui stesso è poi morto di cancro.

Non ho idea di come sarebbe stata la mia vita senza questo incidente. La direzione della centrale nucleare ci aveva regalato la luna di miele nel Baltico e un piccolo appartamento, ma non ricevemmo nulla di tutto ciò a causa dell’evacuazione. Noi eravamo giovani e tutto ci sembrava affrontabile. Forse, senza quel disastro, avremmo avuto più salute, ma tutto sommato stiamo bene. Il nostro è un matrimonio felice. Non litighiamo quasi mai. Da quell’evento abbiamo imparato a non fare progetti a lungo termine. Viviamo giorno per giorno, tenendo monitorata la salute e godendoci la vita il più possibile. E a causa del fatto che mio marito è venuto al matrimonio con 5 tulipani, ora mi regala ogni anno un enorme mazzo di rose, il 26 Aprile.”

La storia dei coniugi Lobanov mi aveva già affascinata e lasciata senza parole nel momento in cui avevo scoperto come si erano svolte le loro nozze. Dopo aver chattato con Irina ed esserci addentrate in discorsi privati, tipici da donne, sono doppiamente senza parole. L’amore regna sovrano e incontrastato in questo matrimonio e io mi sento tutto il peso (meraviglioso) di raccontare storie di vita, d’amore, di nuove nascite, storie a colori. Irina aggiunge tante emoticons alla chat mentre scrive e questo mi fa sorridere, mi fa pensare che sia una donna estremamente allegra. Tra le righe dei suoi messaggi non ho letto rassegnazione o autocommiserazione, bensì tanta positività.

Irina e Sergey hanno accettato il mio invito a partecipare alla I° Convention-Diario di un viaggio a Chernobyl, che sto personalmente organizzando per il 25/26 Aprile 2020 (evento rimandato a Settembre, causa Covid-19), a Bibbona (LI). Avremo quindi il grande onore di averli in Italia e poter parlare con loro, come diretti testimoni di una pagina incredibile della storia del ‘900. Queste due giornate saranno dedicate alla commemorazione del 34simo anniversario del disastro nucleare, nonchè il 34simo anno di matrimonio dei coniugi Lobanov. Interverranno inoltre persone direttamente connesse a Chernobyl, per lavoro, per volontariato o per passione, nonchè operatori della centrale nucleare Lenin di Chernobyl.

Irina freme dalla voglia di venire in Italia, perchè sostiene che per lei è il posto più romantico del mondo e per loro sarà la Luna di miele che non hanno fatto 34 anni fa.

Ringrazio pubblicamente Irina Lobanova per avermi invitata a entrare nella sua vita privata e avermi scelta per raccontare la sua storia.

(Le fotografie allegate a questo articolo fanno parte dell’archivio privato dei coniugi Lobanov, gentilmente concesse a Francesca Gorzanelli)