Leonid Toptunov aveva 25 anni all’epoca del disastro. E ne aveva ancora 25 quando morì per sindrome da radiazione acuta, il 14 Maggio 1986, all’ospedale nr 6 di Mosca. E sempre 25 quando fu seppellito nel cimitero di Mitino (Mosca) in una bara di piombo, sotto metri e metri di terra. Il suo corpo non era più un corpo umano, bensì un reattore nucleare.

Lenja era sempre stato uno studente modello e grazie al suo ottimo rendimento scolastico, aveva intrapreso da giovanissimo la carriera nel mondo del nucleare. Nonostante la sua giovane età, già viveva nella città più all’avanguardia dell’Unione Sovietica, aveva un appartamento suo e un impiego alla centrale nucleare Lenin di Chernobyl. Le prospettive per questi territori erano di grande ricchezza futura, in quanto Chernobyl sarebbe dovuto diventare il polo nucleare più grande del vecchio continente, con 12 reattori all’attivo. Sappiamo tutti che le cose andarono diversamente e che i reattori si fermarono a 4. Il 4 esplose la notte del 26 Aprile 1986, il 2 venne messo in shut down a seguito di un incendio nel 1991, l’1 nel 1996 e il 3, l’ultimo ad essere “spento”, nel dicembre 2000. Il 26 Aprile Lenja era in turno alla sala comandi del reattore 4, insieme a Akimov, sotto la supervisione di Dyatlov. Lasciò il suo appartamento in tarda serata per raggiungere la centrale, come tante altre volte aveva fatto. Me lo immagino mentre chiude la porta di casa, con la leggerezza di chi sta per affrontare l’ultimo giorno di lavoro, perchè dal giorno dopo sarebbero iniziate le sue ferie. Lui non sapeva, però, che al blocco 4 era in corso un test, motivo per cui il reattore era stato depotenziato. Lenja all’epoca aveva solo tre mesi di esperienza di lavoro in questa sala controllo. ( https://www.francescagorzanelli.it/chernobyl/sala-controllo-reattore-4-centrale-nucleare-di-chernobyl/) Il suo collega, Akimov, era più esperto e quando gli ordini arrivarono da Dyatlov, secchi e definitivi, in merito al corso che il test stesso doveva seguire, quest’ultimo si ribellò spiegando che il reattore era “avvelenato” e che il test andava interrotto. Dal processo “Chernobyl” emerse che Dyatlov, con grande arroganza e minacce di licenziamento, ordinò a Akimov di procedere al raffreddamento del reattore attraverso il famoso tasto AZ-5. Suo malgrado lui fu costretto a sua volta ad intimare a Toptunov di innescare quel tasto. Ciò che avvenne dopo lo sappiamo tutti. Anche Akimov morì il 14 Maggio 1986, all’età di 33 anni, al fianco del suo collega di turno. Morirono insieme, dopo aver eseguito degli ordini che loro stessi non avrebbero mai voluto eseguire. Per anni furono accusati di essere i responsabili del più grave disastro nucleare del ‘900. Ai loro genitori più volte arrivarono offese e minacce. Ma possiamo davvero imputare a loro tutte le colpe? A due giovani che erano stati messi a gestire la più potente energia che l’uomo abbia mai inventato e che vivevano in una Unione Sovietica dove vigevano radicate “gerarchie” da rispettare assolutamente?! O forse è stato più facile usarli come capri espiatori, dopo che hanno pagato con la loro stessa vita e da morti non hanno certo avuto la possibilità di difendersi?!

Lenja non fece mai più ritorno nel suo appartamento, situato all’ultimo piano di una palazzina dove vivevano diversi volti “noti” di questa vicenda. Coloro che ricoprivano ruoli di un certo livello, avevano diritto ad appartamenti vicino al centro della città. Quello di Lenja era in una via laterale rispetto alla piazza centrale, Lazarieva Ulitsa, appartamento nr 88. Di fronte al palazzo della cultura, invece, in una cornice assolutamente molto prestigiosa, viveva il direttore dell’impianto nucleare (https://www.francescagorzanelli.it/chernobyl/lappartamento-del-direttore-della-centrale-nucleare/). Si trattava di appartamenti di piccole metrature, con un salottino che fungeva da camera da letto, dotato di un divano letto, un cucinino, uno stanzino con il wc ed uno con lavandino e vasca da bagno. La metratura, in epoca sovietica, dipendeva da quante persone dovevano occupare i locali, quindi più numerosa era la famiglia, più grande era l’appartamento. Lenja era single, mentre alcuni degli altri condomini erano sposati, ma le mogli ancora non li avevano raggiunti a Pripyat, quindi le metrature a disposizione di questi uomini, erano identiche.

Un piano sotto Lenja viveva Alexey Ananenko, ingegnere che aveva contribuito alla costruzione della centrale nucleare, divenuto fondamentale nei giorni successivi all’esplosione del reattore 4, in quanto aprì manualmente le valvole al fine di svuotare le piscine di sicurezza ed evitare un secondo disastro nucleare. Per anni fu dato per morto, quando in realtà è ancora in vita. Ha 59 anni, vive a Kyiv, è recentemente sopravvissuto ad un grave incidente d’auto al quale sono seguite diverse settimane di coma, percepisce una discreta pensione, ha un figlio e lo scorso 10 Luglio (2019) ha ricevuto la medaglia come Eroe di Ucraina direttamente dalle mani del nuovo presidente, Zelensky. Della stessa medaglia sono stati insigniti anche Bezpalov e Baranov, che affrontarono con lui quella eroica immersione. Per Baranov si tratta di un riconoscimento postumo, in quanto lui morì nel 2005 per arresto cardiaco.

Sempre al piano sotto Toptunov, nello stesso pianerottolo di Ananenko, viveva Alexey Breus. Anche lui impiegato alla sala controllo del reattore 4. E’ uno dei pochi che rimase al pannello di controllo del reattore esploso per diverse ore dopo l’incidente e fu lui a premere il pulsante di “spegnimento” del reattore, 14 ore e 20 minuti dopo l’esplosione. Ricevette una dose di radiazione pari a 120 Rem, quando i limiti massimi stabiliti per un lavoratore di una centrale erano, all’epoca, pari a 5 Rem. Breus è ancora in vita. Gli è stato vietato di lavorare nel mondo del nucleare a causa della dose ricevuta in quegli anni. Dal 2003 si occupa di raccontare Chernobyl attraverso la pittura. Oggi ha 60 anni e vive a Kyiv. Il suo appartamento affacciava proprio sulla centrale nucleare, a differenza di quello di Ananenko e di Toptunov.

Allo stesso piano viveva anche Aleksandr Korol, amico di una vita di Toptunov. Con lui aveva condiviso tutto il percorso di studi e insieme a lui era arrivato alla Atom Grad come apprendista, seguendo l’iter per divenire ingegneri nucleari. Lenja si qualificò prima di lui ed ottenne l’impiego alla sala comandi del reattore 4. Korol non è un nome noto perchè, come detto, era ancora un giovane apprendista durante quell’Aprile 1986, ma ha svolto un ruolo umano non indifferente. Fu lui a prendere contatto con i parenti delle vittime di quella notte. Oggi ha 60 anni e anche lui vive a Kyiv.

Nello stesso edificio viveva anche Tamara Baladina. Lei nulla ha a che fare con la centrale nucleare, ma era un personaggio molto importante per la “vita” sovietica. In epoca di Unione Sovietica, grande importanza veniva data allo sport ed alla preparazione sportiva, e lei era una campionessa olimpionica di nuoto. Era stata convocata a Pripyat nel 1981 proprio per preparare nuove generazioni di nuotatori. Lavorava nella bellissima piscina Lazurny, nota nella nostra epoca moderna proprio per le tante fotografie che girano in rete. Nel 1986 Tamara aveva 63 anni e la sua salute risentì molto delle conseguenze dell’incidente. Morì nel 2010, dopo una gloriosa carriera, lasciando alla storia diversi record ottenuti personalmente ed ottenuti anche dai suoi allievi. (Una curiosità relativa alla piscina  Lazurny che mi ha sempre lasciata davvero perplessa è il fatto che rimase in funzione sino al 1998, proprio a disposizione di coloro che si occupavano della liquidazione e della sorveglianza della città.)

Tutte queste persone vivono non a caso a Kyiv, in quanto a loro (sia agli operatori della centrale nucleare, che ai normali cittadini evacuati) il governo ha messo a disposizione un intero quartiere dove alloggiarli dopo il disastro. Da molti viene identificato come il “quartiere dei Chernobyliani”. Troieschchyna si trova sulla riva sinistra del Dnipro ed è anche il quartiere peggio servito dai trasporti urbani. Qui vivono, per l’appunto, Ananenko, Bryukhanov e Breus.

Ciò che vi racconto in questo articolo è quanto ho scoperto nei miei viaggi nella Atom Grad e l’ho redatto in collaborazione con Valeria Martucci, la quale ha dedicato anni allo studio della vita a Pripyat e alle curiosità che facevano parte del quotidiano di questa città. E’ autrice del libro inedito “Un bengala nella notte” di cui ho pubblicato uno stralcio proprio qui nel mio blog: https://www.francescagorzanelli.it/chernobyl/26-aprile-1986-pripyat/

Ricostruire le vite di questi personaggi non è affatto facile. Il web non offre nulla di rilevante in merito, soprattutto le notizie in italiano e inglese sono davvero carenti e imprecise. Per avere riscontro rispetto a ciò che vi ho raccontato, ho dovuto cercare su blog russi dedicando ore per la comprensione dei testi, confrontare notizie direttamente in loco (a Pripyat) e km e km di chat con persone sia in Ucraina, che in Italia. Valeria in queste ricerche è stata davvero preziosa. La ringrazio pubblicamente.